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Come nasce uno slogan?

Come nasce uno slogan

L’algoritma esatto che porta la mente di un pubblicitario verso la creazione di uno slogan vincente non è stato ancora trovato.

Ricercatori americani hanno provato a studiare il fenomeno. Hanno fatto esperimenti con diverse cavie umane, ma niente da fare.
La scienza non può nulla per spiegare questo mistero.
Una mia amica – anche abbastanza carina, ma che per quanti sforzi possa fare non riuscerò mai a… (ops, credo di essere uscito fuori tema, ritorniamo al tema centrale del post) – mi chiede di risponderle ad una domanda da un milione di dollari:
“Come nasce uno slogan?”
Le spiego con dura chiarezza l’irrealtà della leggenda del distributore automatico di slogan. La vedo smarrita, come se le avessi appena rivelato l’omosessualità di Ricky Martin. Le crolla un altro mito. “E allora come fai?”

“C’e’ chi prende una penna ed un foglio ed inizia a scarabocchiarlo con 100 idee diverse. Alla centesima idea, sfinito, inizia a cancellarle ad una ad una, fino a convincersi che lo slogan giusto è la prima idea che aveva scritto. Come sempre, il primo amore non si scorda mai.
C’e’ chi gira su internet. Smanetta con la tastiera, fino a distruggersi i polpastrelli delle dita. Gli occhi diventano rossi come quelli di Edward in Twilight. E poi l’intuizione vincente. Slogan trovato.
C’e’ chi, invece, ha il blocco dello scrittore. Non riesce a partorire nemmeno una parola. Nulla. Vuoto assoluto per l’intera giornata. Rinuncia e va a letto. Sono le tre di notte. Buio pesto. Un’intuizione. Lancia le coperte per aria, distrugge la lampadina sul comodino, alla ricerca di un pò di luce. Ricerca affannata di un foglio di carta e di una penna. Sarebbe disposto pure ad utilizzare il suo stesso sangue pur di scrivere lo slogan. Foglio e penna trovati. Annota l’idea. È fatta.
C’e’ chi invece come me – anche se non nego qualche volta di essermi comportato come il pubblicitario pazzo della precedente descrizione – che prende la sua auto ed inizia a girare per la città. Dieci minuti. Venti. Trenta. I benzinai felici applaudono. E poi arriva l’idea giusta. È fatta. Peccato che la benzina sia finita e che per tornare a casa devi chiamare qualche tuo amico.”

Lei ride e mi prende per un braccio. “Bugiardo. Dài, sbrigati, andiamo a prenderci un caffè.”

Chissà, stanotte, forse questa assurda storia è servita a qualcosa. A domani, vi tengo aggiornati.

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